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Antonio Colombo. Tra Fasuto Coppi e Keith Haring. |
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Wednesday, 29 April 2009 10:48 |
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Antonio Colombo ha una fabbrica di biciclette esoteriche. Le fabbrica come fossero giocattoli. O dolci con i canditi e le uvette. Ci mette un pizzico di follia e una manciata di inattualità. Poi ha una Galleria d'Arte, in quel di Brera a Milano. Siamo andati a trovarlo. Ne è nata una discussione sulla bicicletta come contenitore felliniano. Caleidoscopio o scusa per mille divagazioni inattuali. Ecco qua.
- Colombo, negli ultimi anni, la bicicletta sta diventando sempre di più un oggetto non solo ecologico e comodo, ma anche “desiderabile”, cioè attraente e trendy. Secondo te perché?
- Palle. Non siamo ancora in pieno boom: me ne accorgo dal fatto che, quando mi fanno questa domanda, dò oggi le stesse risposte che davo 30 anni fa. Fine anni Settanta-inizio Ottanta, per intenderci: erano i vagiti della “Milano da bere” e di “Uomo Vogue”. Lo dicono che c’è il boom della bicicletta, ma non è vero. Diciamo che è di moda dirlo: il vuoto e abusatissimo vocabolo “lifestyle” è arrivato, ahimè, ad appropriarsi anche della bicicletta e a coprire con la sua patina inconsistente anche i valori buoni, come quello delle due ruote a noi care. Ma le potenzialità espressive della bicicletta sono ancora enormi e non sfruttate. Certo, le “fisse” hanno dato un contributo, segnando in qualche modo una svolta: la fissa è una bicicletta diversa dalle altre. Un po’ eversiva, un po’ retrò, sicuramente non per tutti. Nata dal basso, dalla creatività della urban culture californiana tutta skate, surf e graffiti, ma non solo. Ah, vi do un’anticipazione: l’artista-tatuatore californiano Mike Giant realizzerà la grafica del prossimo catalogo Cinelli. In più, c’è da dire che l’universo “fisso” ha saputo sfruttare, come nessun altro, le infinite vie della rete. That’s all.
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Franco Pedrina. Considerazioni inattuali. |
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Tuesday, 18 December 2007 10:43 |
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Concludiamo oggi, capitolo VIII, l'autobiografia di Franco Pedrina, una magnifica cavalcata fatta di amore, passione, un pizzico di follia e tante contaminazioni. Una storia che ha visto la partecipazione, spesso da protagonisti, di personaggi del calibro di Cechov, Dostoevskij, Kafka, Tonino Guerra e Fellini, Dino Buzzati, Primo Levi, il dramma della Shoah, la Roma degli anni Sessanta, la Milano degli anni Settanta e Ottanta. Una moglie, un figlio, uno studio, la voglia di rimettersi in discussione. Un’anguria aperta a metà, dei fiori, dei corpi nudi. La voglia di astrarre, rimanendo però fedeli alla realtà. “Con la testa fra le nuvole, e i piedi ben piantanti per terra” avrebbe detto Giangiacomo Feltrinelli. L’autobiografia di Franco Pedrina rappresenta tutto questo. Un baluardo imprescindibile, nella sua semplicità, contro l’oggi. Contro quel magma nullificante e nullafacente che oggi chiamano “creatività”. L’abuso di questa parola oggi, ne rivela infatti la sua totale perdita di significato. La creatività è bildung. Non uno yogurt che si compra al supermercato. Qualcosa che “forma” e che “si forma”. Non qualcosa che “in-forma” (veniamo costantemente informati dell’esistenza di personaggi “creativi”, senza però mai riuscire ad attingere alla loro presunta creatività). Non un etichetta che si sceglie di applicare a se stessi, a proprio piacimento: io sono “creativo”. La creatività è qualcosa che oggi si è perso. Proprio per questo si continua a nominarla. Si continua ad arrogarsi il diritto di essere creativi. Chiunque oggi può saltare su e dire di essere creativo, senza che nessuno si sogni di dirgli niente. Questo avviene, perché in realtà non c’è traccia di creatività. Da nessuna parte. Se vi fosse, si comincerebbe a smettere di parlarne. Mai sentito Fontana dire di essere un creativo. Ciò che più è invocato è ciò che in realtà più manca. La creatività, a nostro avviso, è essenzialmente e prima di tutto cultura. E la cultura, in ultima analisi, va coltivata. Richiede curiosità per le cose e per la vita. Solo la vita è creativa. Nel suo farsi e nel suo esserci. Perché in ultima analisi, non siamo “creatori” di niente, se non di quello che ci accade. Dunque, la pittura, l’arte sono modi per essere. Un bisogno che nasce dalla vita. Una forma di esistenza. Non tutti sono creativi. Non tutti reagiscono alla vita con tale modo di essere. Non tutti avvertono quel tipo di bisogno. Ed è normale che sia così. Inutile negarlo. Quello che segue è l’ultimo capitolo di “Franco Pedrina. Un’autobiografia”. Autobiografia in cui, crediamo, vita e creatività vengano a coincidere perfettamente, a dimostrare quanto sosteniamo. Cogliamo l’occasione per ringraziare Franco e Marco Pedrina per la collaborazione e per le preziose informazioni forniteci durante questa bellissima cavalcata. A breve, intervisteremo Franco Pedrina per chiedergli quello che non siamo ancora riusciti a sapere.
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Franco Pedrina. Un'autobiografia (Capitolo VII). |
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Tuesday, 13 November 2007 12:13 |
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VII "Sorrisi d'estate"
D'estate torniamo al paese, ospiti della madre di Giuliana, la Marcellina, quercia sicura che ama Marco e ci vizia tutti con la sua cucina. Ci sono Tonino e Francesca, col loro figlio che Marco ama, e Lucrezia Riccardo e Renato, bestione che sa scrivere poesie vere. Al mattino io esco quando i passeri si asciugano sull'asfalto e debbo stare attento a non schiacciarli, tanto sono intenti a spenotarsi. A quell'ora c'era Ennio che pestava i pugni sulla saracinesca del bar, che aveva il coraggio di essere ancora chiuso. Incoscienti, che lui aveva urgente bisogno della prima ombra di Tocai. La seconda gliela offrivo io, e allora alzava il bicchiere dicendo: alla salute! Chissà di chi poi, visto che guardava nel vuoto. Adesso è scomparso in compagnia, dicono, di tanti ragnetti che alla fine non lo lasciavano più dormire.
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Franco Pedrina. Un'autobiografia (Capitolo VI). |
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Wednesday, 26 September 2007 11:39 |
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VI Renato, Emilio, e gli altri ragazzi del mucchio.
A casa nostra viene anche Renato Olivieri. L'ho conosciuto alla mia prima mostra da Bergamini, nel '68. Ma allora lui dirigeva un importante settimanale, aveva potere, e questo bastava perché non lo cercassi. Lo incontravo sì, ma giusto il tempo di dire qualche monada per far sorridere la sua dolce Liliana. Dopo che Liliana è mancata, Olivieri ha cominciato a venire a cena da noi quasi ogni sabato sera, sempre con un libro in mano, o una bottiglia, a volte tutte e due. Man mano che le sue difese diventavano superflue, ho cominciato a chiamarlo Renato, poi Commissario Ambrogio, e poi a dirgli anche che era un gran figlio di buona donna. Adesso conosciamo tutta la divertente storia della sua famiglia, dal nonno Beniamino che nel '45 diceva: Signore vi ringrasio di non essermi iscritto al fasio, al padre Abramino che per una vita ha lasciato credere alla moglie che il suo stipendio fosse la metà del reale, allo zio Ferrara che, nel biglietto da visita, aveva scritto: "professione - proprietario".
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Franco Pedrina. Un'autobiografia. (Capitolo V). |
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Thursday, 19 July 2007 11:23 |
V "L'arte o la vita"
A Milano ho cominciato a frequentare assiduamente l'Attilio Forgioli. Orso quanto il Giulio Bergamini, mi piace il suo viso senza età che subisce sbalzi improvvisi, come l'erba di primavera quando arriva una nuvola. Magari ti insulta, specialmente giocando a carte, ma subito dopo ti fa sentire un bambino col suo modo di dire il tuo nome. Solo con lui qualche volta parlo di quadri, siamo quasi sempre d'accordo, ma lui si incazza lo stesso, se no non c'è gusto. Va dritto per la sua strada come un rullo compressore; ma lo trovi sempre, lui e il suo strano pudore nel fare un favore. E i suoi quadri sono limpidi. |
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